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I colori della passione

Erano passati pochi anni dalla fine della grande guerra, e nonostante tutto stesse tornando pian piano alla normalità, Carlo aveva deciso di vivere nella baita di montagna di zio Pietro.

Quella piccola casetta in legno che tante estati lo aveva visto protagonista tra corse e giochi sui prati, interrotti dagli insegnamenti sulla caseificazione del formaggio dello zio.

E’ già, proprio lui, il vecchio e burbero zio Pietro, capace con un solo sguardo di comunicarti molte parole, e capace con un sol gesto di riempierti il cuore e l’anima.

Vittima dei bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, Pietro lasciò la sua piccola baita incustodita e abbandonata per anni, con al suo interno pochi oggetti e pochi vestiti logori, simbolo di una vita di sacrifici e di povertà.

Carlo era il nipote prediletto, il classico ragazzo scavezzacollo, senza regole, ribelle, che nel pieno della sua giovinezza era partito per una guerra non sua, una guerra che lo aveva segnato profondamente nell’animo e nel fisico, un’esperienza che non voleva condividere con nessuno, ecco perché quando tutto finì, tornò in silenzio e si rifugiò sulle sue amate montagne.

 

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“La guerra è dura, la guerra non è per tutti” si ripeteva continuamente, combattendo al fronte per difendere la sua libertà, venne inviato nei paesi dell’Est e ne uscì vivo sognando di cacciare trampolieri e folaghe sulle rive del Don. Vide la morte in faccia, ne fece la conoscenza e se ne liberò pensando alle sue amate valli e agli amici di sempre.

Il tempo trascorreva inesorabile ma i ricordi del fronte no, tutte le notti si paventavano dinnanzi a lui, rendendolo sempre più taciturno ed isolato, nonostante questo una volta al mese Carlo di buon mattino, si incamminava sulla vecchia mulattiera di ciottoli, che conduceva al paese per poter approvvigionarsi di alcuni beni indispensabili.

Sguardo basso, passo veloce e cappello con visiera che tendeva a coprire il suo volto, quasi volesse isolarsi da tutto ciò che lo circondava. Il solito giro nei negozi e poi via di gran carriera verso le sue valli.

 

L'amore per l'Anigrina Lamellare

Quella mattina però venne attirato da un grande cartello appeso all’emporio del paese, una grande stampa raffigurante due cacciatori con il cane e a lato una cascata di scatole di cartucce, innegabile che Carlo avesse una passione smodata per l’ars venandi, passione ereditata proprio da quello zio che a gesti e sguardi lo fece diventare uomo.

Come una mosca verso il miele, il ragazzo entrò estasiato nel negozio e subito si diresse verso lo scaffale dove solitamente acquistava polvere da sparo e piombo per la ricarica delle cartucce, davanti a lui si paventarono scatole in cartone colorato con varie scritte e sigle, alzando lo sguardo vide l’effige che campeggiava sopra l’espositore Baschieri e Pellagri - Bologna.

Frastornato da tanti prodotti e per sua natura non incline al dialogo, senza chiedere nulla al gestore, allungò la mano verso la scatola che più lo aveva colpito, una scatola color bordeaux con al centro un rombo giallo con la scritta Anigrina Lamellare e sui lati delle scritte bianche in corsivo, che riportavano la scritta del produttore Bolognese, 25 cartucce da caccia, in cartone, piombo 5.

Senza ulteriori indugi, si diresse verso il bancone e mettendo le mani nelle tasche dei jeans, estrasse delle monetine, le posò in modo ordinato sul ripiano in vetro, abbozzò un timido sorriso e se ne andò.

Durante la risalita verso la baita, non fece altro che ammirare quella scatola, con il desiderio irrefrenabile di poterla aprire, una sensazione sparita da tempo dalla sua mente, una sensazione tipica di chi non si regala mai nulla, anzi tende a privarsi di tutto senza un motivo apparente.

Come un bambino davanti ad una vetrina di mele caramellate, gli occhi di Carlo erano fissi su quei colori e su quelle scritte, poche in realtà, ma ben memorizzate nella sua mente, Anigrina Lamellare, cartucce da caccia, 25, Baschieri e Pellagri, piombo 5. Solo l’inciampo dei sui scarponi sui ciottoli della mulattiera, lo riportava per qualche secondo alla realtà.

L’autunno volgeva al termine, le brevi e fredde giornate di Ottobre aprivano scenari di intense nevicate per il proseguo della stagione, bottacci e sasselli si riunivano in piccoli branchi nelle pinete, facendo incetta di bacche di ligustro e sorbo dell’uccellatore, accompagnati di tanto in tanto dal chioccolo dei merli e dal canto dei pettirossi.

Sulle cime più alte, le prime nevicate avevano fatto scendere alcune brigate di smaliziate coturnici, una delle prede preferite da Carlo, sia per la difficoltà nella caccia sia per le succulenti carni che l’arrosto con polenta poteva offrire per alcuni giorni.

 

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Erano circa un paio d’anni che il giovane solitario non metteva nella bisaccia una cotorna, nonostante i vari tentativi da lui perpetuati; la malizia del selvatico e le cartucce caricate da lui ormai logore e prive di ogni logica nel caricamento, non offrivano i risultati sperati, grosse fumate bianche apparivano dopo ogni fucilata della doppietta, lasciando il selvatico libero di andarsene indenne.

La caccia non era solo una passione, la caccia per Carlo era riempire lo stomaco e far scorta di selvaggina per alcuni mesi.

Ultimamente si era dovuto accontentare di piccoli pennuti che si posavano sullo steccato della stalla e dalla finestra del fienile a circa 15 metri riusciva ad abbatterli.

 

Il vero e proprio banco di prova

L’indomani, rincuorato e fiducioso delle sue nuove munizioni, si diresse verso una zona con poca vegetazione, una zona marginale tra i boschi di conifere ed alcuni calanchi, fatti di cespugli di ginestre e mirto selvatico.

Non avendo un cane, doveva stanare le sue prede con astuzia e arguzia, sorprendendole nei luoghi di pastura da loro preferiti.

Il cammino era stato lungo e faticoso per poter giungere in quel luogo, fermandosi per dissetarsi e riprendersi dalle fatiche.

Ecco sentire il canto metallico e vigoroso di alcuni maschi nei gineprai, togliendosi la doppietta da tracolla, aprì la bascula per caricare l’arma, come da abitudine mise la mano nella tasca destra della vecchia giubba logora e sdrucita, togliendo un paio di cartucce da lui ricaricate, le fissò per alcuni secondi e poi le ripose nella tasca.

Tolse lo zaino ed estrasse la scatola bordeaux con il rombo giallo, la scritta Anigrina Lamellare anch’essa bordeaux appariva più luminosa che mai, con cura e delicatezza aprì la confezione ed estrasse due cilindri di cartone giallo-ocra, perfetti, senza nessun graffio, con una chiusura ad orlo tonda, anch’essa fatta a regola d’arte, riportante il numero 5 in colore nero, il fondello in ottone brillava come fosse oro tanto era lucido.

 

Anigrina-Lamellare

 

Le cartucce entrarono nella vecchia doppietta con un suono sordo e compatto, chiudendo la bascula il giovane si avviò con passo silenzioso verso i cespugli di mirto, ecco il canto improvvisamente cessò, attimi di silenzio interminabili prima che il fragore delle ali rompesse l’indugio delle coturnici.

Balzarono in alto a circa 30 metri da lui, dirigendosi verso i calanchi per acquisire velocità nella planata.

"Maledette" pensò Carlo e senza indugi fece partire 2 stoccate ravvicinate, anticipando le canne della vecchia Sant’Etienne di almeno un paio di metri dinnanzi alle cotorne.

 

 

Il suono sordo e morbido della fucilata rieccheggiò nella vallata, mentre le ali di due maschi si chiudevano per la loro ultima planata, l’odore della polvere da sparo delle Anigrina Lamellare ”Baschieri e Pellagri pervase l’aria circostante, come fosse un monito per nuove avventure di caccia.

Gianluca Suardi

Titolare presso un'azienda che costruisce e produce box e strutture cinofile per cani, con una propria linea di alimenti dry, nasce nell'ottobre del 1978 e la passione per la caccia è insita nel suo DNA. Il sentirsi libero di essere felice per lui è direttamente proporzionale all’udire un tordo volare o vedere una coppia di germani reali o una starna planare su una stoppia di mais.

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