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MB Gigante, una leggenda di tradizione e balistica perfetta

Era una fredda mattina di fine novembre, Nino aveva sentito e spento la sveglia ma era rimasto al calduccio nel letto sotto la pesante coperta trapuntata, poi, scosso dalla moglie, si era alzato. Aveva fatto una veloce colazione ed era uscito per andare al lavoro.

Fuori casa era ancora semi buio ma tutto era coperto di gelo, una candida farina copriva le piante di galaverna rendendole come di vetro e l’erba ed il terreno per la brina erano una distesa bianca e luccicante. Il fiato fumava vistosamente, c’era un freddo intenso che sul viso sembrava tagliasse la pelle.

In officina tutto procedeva con la solita routine, lui era sereno nella sua tuta blu, soffiava e si fregava le mani spesso, ma non aveva freddo, perché stava sistemando una cassa di legno con dei pesanti pezzi meccanici di un trattore Landini, e lo sforzo lo accaldava, la vita era quella di una mattina invernale e nel piccolo paese, tutto andava come al solito.

 

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La mattina stava passando. Una donna era uscita di casa dall’altra parte della strada, per andare in drogheria e con la mano si chiudeva stretto il golfino di lana davanti al collo, per ripararsi dall’aria tagliente. Nino la apostrofò, al solito, con una battuta arguta e galante a modo suo: -“ Bella signora ma dove va così di corsa?” e lei: “ Vado a prendere il pane, Nino! Ma hai sentito che freddo che c’è stamattina?”. Nino annuì e sorridendo riprese a lavorare.

 

Lo smacco

Una motocicletta prese la via in quel momento e si avvicinò all’officina, Nino aveva già capito chi fosse, già lo stomaco iniziava a contrarsi. Era Giusto “il Magnano”, un pezzo d’uomo ben messo ed atletico nonché titolare della ferramenta del paese. Era il suo rivale numero uno nella caccia, cacciatore da sempre e anche lui come Nino bravo e forte colpitore. Tra di loro erano sempre gara.

Dati la cacciatora, il fucile a tracolla ed il suo bravo setter inglese, Pull delle Cascine, nella cassa di legno fissata al portapacchi posteriore della moto, era stato a caccia.

E se era venuto fin lì… c’era qualcosa che avrebbe turbato Nino, questo lo sapeva con certezza assoluta.

Giusto infatti si fermò davanti all'officina, salutò e poi lentamente e con fare noncurante, per dare enfasi al gesto, estrasse una dopo l’altra dalla “ladra” - l’ampia tasca posteriore della cacciatora - tre beccacce.

Nino le guardò con un misto di rabbia e disgusto, oltretutto, erano belle beccacce, bionde e grosse: parevano tre fagianelle, di sicuro erano scese dai monti nella notte e avevano trovato un buon pascolo nella pianura.

I due amici e nemici acerrimi, sempre in competizione, si guardarono per alcuni attimi, ma poi Giusto con un sorriso di piena soddisfazione e di sfida, si rivolse a Nino il Maestro e gli disse:

“Caro Nino, tre ferme di Pull e tre colpi del Browning: ecco tre beccacce, belle e grosse! Ora ti saluto!” e ripartì.

 

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Nino c’era rimasto male, anche se non lo voleva dare a vedere. Aveva guardato quelle beccacce, a occhi bassi e fissi ma non era per invidia, lui non era invidioso. Nemmeno per timore di non poterle colpire anche lui se le avesse trovate, era parimenti un grande tiratore ed aveva pure lui il suo vecchio Browning Auto 5 del 1925 a casa. Il dubbio che lo faceva temere era il riuscire a trovarle: tre beccacce, tre.

 

L’incontro col Nettuno

Suonò mezzogiorno, Nino andò a tavola e mangiò le tagliatelle in fretta, troppo in fretta. La moglie, la sua bravissima Imelde, lo rimproverò, gli disse che si sarebbe rovinato lo stomaco a mangiare in quel modo ma lui neppure sentiva quelle parole, il suo pensiero fisso era “dove”. Dove andare a cercare tre beccacce, perché dovevano essere “almeno” tre anche le sue, per non perdere la sfida.

Nel primo pomeriggio Nino partì in moto con la sua Gilera Otto Bulloni: il suo bravissimo pointer Dick come sempre accovacciato sul serbatoio della motocicletta, che tratteneva in un “abbraccio” con le zampe, il Browning sulla spalla, senza fodero, perché allora le regole erano regole vere e non inutili. E via, sgasando. Era un quadro meraviglioso quanto unico.

Nino uscì dalla piazza e davanti al negozio di caccia e pesca, fuori dalla porta, vide il vecchio proprietario, Ezio che a voce e con il tipico gesto della mano lo chiamò: “Nino vieni, vieni qui, che voglio darti delle cartucce da provare. Le ho appena prese: sono MB e dicono anche siano molto buone, le fanno a Bologna!”.

Ezio entrò ed uscì dal suo negozio, portando tra le mani una scatola iniziata di cartucce, sulla cui parte anteriore campeggiava la scritta “MB” ed un’immagine del Nettuno, la nota statua del Giambologna del centro cittadino felsineo. Il gigante era col tridente e la mano aperta in un atto di orgoglioso coraggio, e sfida. Nino ci si rivide e gli piacque subito!

 

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Ezio trasse dalla scatola già aperta 5-6 cartucce in cartone color avorio, stampate in un colore bruno e le mise nella mano di Nino. Anche sulle cartucce campeggiava il Nettuno del Giambologna e sotto ad esso il marchio storico della ditta bolognese: “Gigante MB – Baschieri & Pellagri – Bologna”.

Nino guardò quel pugno di cartucce: erano proprio belle. Sul dischetto di chiusura era stampato con cura il logo dell’azienda e il n. 7 dei pallini contenuti. Le mise nella tasca della cacciatora e ringraziò con calore: “Ezio, grazie. Oggi ti dirò subito se sono buone. Vado a beccacce.” e partì di carriera col suo rombante Gilera e Dick che subito si era coricato, ben stretto al serbatoio.

 

L’arrivo e l’amara scoperta

La pianura non è luogo da beccacce” sorse nei suoi pensieri del dopo desinare. Mentre coricatosi un attimo meditava sul piano di battaglia. Nino aveva pensato ad un luogo vicino alla borgata di Palata Pepoli: c’era un angolo vicino ad un grande canale di irrigazione e un antico frutteto di pesche disposte alla vecchia maniera, lì più volte, le beccacce, ce le aveva trovate negli anni passati.

La moto imboccò la strada sterrata, giunse a ridosso dell’argine del canale di Bonifica e lì Nino si fermò: fece scendere Dick e scese anche lui, appoggiando la motocicletta ad una quercia che delimitava l’angolo del podere.

Nino trasse dalla spalla il suo fidato Browning e lo caricò con le cartucce MB Gigante di Ezio, non senza aver prima ammirato la bella serigrafia del Gigante, prima di spingerle nel serbatoio.

 

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Stava avviandosi al punto in cui più volte aveva trovato l’arcera, quando vide spiccare sull’erba sotto un pesco un bossolo ancora lucido; era fresco, asciutto ed odorava ancora per lo sparo di quell’inconfondibile aroma che produce la MB. Ma soprattutto, era un bossolo identico a quello delle cartucce appena messe da lui nel fucile.

Poco avanti il suo acutissimo occhio ne vide un altro, uguale e un terzo arrivò dopo alcuni minuti, avanti un centinaio di metri. Ora era tutto chiaro!

Ezio aveva dato le stesse cartucce ad altri per provarle. A chi se non a Giusto?

A Nino stava montando la collera, facendogli lacrimare gli occhi: Giusto aveva ucciso le tre beccacce nel suo posto preferito, che ora lui avrebbe trovato vuoto!

 

Sarà forse l’unica?

Stava proseguendo, alterato da questo stato d’animo bilioso, quando Dick dopo una breve guidata andò in ferma tra i peschi, a pochi metri da lui: Nino svuotò la mente e lo raggiunse, gli si mise dietro ed appena a sinistra, stava guardando davanti al cane cercando di scoprire dove fosse il selvatico mimetizzato col terreno, il frullo secco e rumoroso della beccaccia lo colse, lo scolopacidae fece una breve colonna e poi veloce deviò a destra, mentre la fucilata di Nino rompeva l’aria, immobile fin a quell’attimo, e la colse un momento prima che scomparisse dietro i rami di una pianta.

Dick stava già tornando con la beccaccia in punta di labbra: Nino si chinò leggermente e gliela tolse, non senza fare un complimento al cane e dargli una lisciatina sulla gola e sul petto.

La rabbia si era molto affievolita, ma ne mancavano ancora due per pareggiare i conti. Raccolse il suo bossolo MB avana fumante, lo annusò gustando l’aroma del cartone arrostito dalla vampa e lo ripose nella piccola cartuccera di stoffa cucita dall’Imelde nella tasca della cacciatora.

Alzò gli occhi e si girò intorno alla ricerca del suo pointer. Quando lo vide fermo come una statua a pochi metri da lui semicoperto da uno dei vecchi peschi, non fece in tempo a fare un passo che un’altra beccaccia si materializzò dal tappeto di foglie marce, partendo fragorosamente. Togliere il fucile dalla spalla e sparare dopo una breve occhiata a quella preda ondeggiante in rapido allontanamento, fu questione di un attimo. Dick riportò anche questa.

 

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La situazione andava ora molto meglio. In meno di un quarto d’ora due beccacce Nino le aveva trovate e abbattute di prima canna. Era evidente che c’era stata una calata molto forte nella notte, ormai più fiducioso si chiedeva se fosse possibile che in un'altra ora di tempo, prima dell’inizio della sera, non ne avrebbe trovata una terza.

Dopo la seconda beccaccia, il bravo pointer, pur lavorando alacremente, infervorato dall’inizio della giornata di caccia così fortunato, non pareva avvertire più emanazioni, né diede più alcuna “tirata di naso” almeno di sospetto. La situazione era preoccupante anche perché a occidente un cielo rossastro anticipava ormai il tramonto.

 

“Ernest caro, aiutami tu!”

Nino nella sua semplicità e pur con solo la terza media, era stato un buon lettore, gli piaceva leggere e proprio da pochi mesi aveva scoperto Hemingway, che spesso descriveva la caccia. Ora con la sera a ridosso e la sconfitta nel cuore, in una spontanea e semplice preghiera, lo invocava mentalmente. Gli chiedeva, lo supplicava di mandargli una di quelle sue beccacce che lui trovava sempre al vespro, nel suo raccontare, per non perdere la sfida con Giusto.

E la beccaccia arrivò.

Dick era fermo a ridosso di un cespuglio di biancospino sul confine del fondo, davanti a lui un tramonto rossastro, realizzava una sorta di teatro in cui era in corso un'opera importante, Nino si avvicinò al suo bravo pointer e cercò mentalmente la posizione di tiro più favorevole, la trovò e si piazzò saldamente sui piedi premendo il peso sui talloni: la beccaccia partì, ma non verso lo sfondo rutilante del giorno morente, bensì bassa e sulla sinistra, poco visibile per la luce e per le piante. Nino sparò tra la ramaglia un colpo solo e iniziò un’attesa che pareva non finire mai, poi arrivò il tonfo della preda caduta sul terreno.

 

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Era una liberazione. In fretta ed incredulo si diresse nella direzione in cui la beccaccia doveva essere. Spostò i rami bassi di un cespuglio e trovò Dick in ferma: gli parve chiaro che la regina del bosco era stata solo toccata ma era viva e ferita ed il cane l’aveva prontamente rifermata. Ripartì, in verità, senza mostrare l’effetto di ferite, si involò in una zona chiara in cui la fucilata sicura di Nino stavolta la spense in aria.

Dick la portò e dopo la dovuta pettinatura delle piume, entrò anche questa nella ladra con le altre due.

Era finita, Nino aveva pareggiato il conto ed era per questo soddisfatto, felice e finalmente sereno. Raccolse i bossoli, che con gli altri due ora erano quattro. Un colpo in più di Giusto, ma questa era cosa accettabile.

 

Conto pari, però…

Nino cercò con lo sguardo intorno a sé il suo bravissimo pointer e lo trovò al seduto, lì, di fianco a lui, fremente, con una beccaccia tra le labbra, in attesa della consegna al padrone.

Istintivamente mise una mano nella ladra, le beccacce riposte erano tre. E, nonostante non fosse un uomo di tenere emozioni, si tolse il fucile, si chinò sul suo cane abbracciandolo amorevolmente. Si accosciò di fianco a lui e prese ad accarezzargli la testa e grattargli la giogaia, dicendogli cose affettuose. Mentre una commozione lo stava invadendo lentamente, ebbe chiaro cosa fosse accaduto: la terza beccaccia era stata colpita ed era caduta, ma Dick a pochi metri da questa aveva fermato la quarta e quattro erano. La vittoria ora era schiacciante.

 

E vendetta fu!

Al ritorno, come un condottiero romano vittorioso, orgoglioso e in tenuta da guerra, Nino si fermò davanti alla ferramenta di Giusto. Entrò mentre il suo rivale era dietro al banco a contare dei bulloni, lo salutò in modo formale per dare importanza al momento: “Buonasera Signor Tomasi, stamattina è passato lei, stasera sono passato io!”.

Una alla volta tolse le quattro beccacce dalla cacciatora di fustagno, le lisciò e dispose sul banco e infine mise davanti ad ognuna un bossolo della MB Gigante.

 

 

Giusto era senza parole quando Nino aggiunse prontamente, con tono molto più moderato: “Giusto, siamo rivali ma abbiamo delle ottime prerogative in comune: cacciamo nel boschetto dei peschi che è un ottimo posto da beccacce; usiamo le stesse cartucce MB Gigante che sembrano essere eccezionali: ci fanno abbattere 7 beccacce su sette con soli sette colpi. E poi… siamo due bravi colpitori, degni della Banda del Flit”.

La Banda del Flit era un gruppo di cacciatori del paese che affiatati e molto uniti, cacciavano soprattutto la lepre insieme ed avevano la nomea di non sbagliare mai un colpo. Tutte le lepri cadevano fulminate, dalle loro fucilate, come le mosche investite dalla nuvoletta dell’insetticida famoso: il “Flit”!

Gianluca Garolini

Gianluca lavora come esperto e consulente balistico contribuendo al continuo sviluppo di nuovi componenti e cartucce da caccia. Appassionato cacciatore con più di 30 anni d’esperienza è uno dei massimi esperti italiani nella ricarica per canna liscia e rigata. Grazie all’esperienza in questo campo è stato collaboratore di famose riviste dedicate alla caccia e alla ricarica.

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